logan x-23

Logan – la recensione commossa di un fan di Jackman

Un tripudio di sangue, per un addio malinconico all’attore (per sempre) e al personaggio (almeno per un po’).

La pellicola – che sarà anche l’ultima in cui vedremo Hugh Jackman prestare volto e corpo al personaggio – fa leva sulla malinconia, in quanto è ambientata nel 2030 con i mutanti ormai scomparsi, un Logan logoro e stanco, un Charles Xavier appassito e sempre più all’ombra del tramonto esistenziale.
Senza dimenticare X-23, la bambina mutante terribilmente simile a Logan (per retroterra, indole selvaggia e mutazione).

Logan è anche uno dei più violenti mai prodotti sui supereroi (non a casa è un Rated R) e le emozioni provate sono forti. Ma davvero forti. Per tutta la durata è palpabile la sensazione di un lungo addio verso il personaggio, verso l’attore, verso il mondo degli X-Men che per tanti anni ha accompagnato gli appassionati del genere. Il tutto, immerso in uno scenario distopico e tragicamente cinico.

Il regista, James Mangold, è magistrale nella sottolineatura del mood dato al film, attraverso inquadrature in primo e medio piano su alcuni dettagli-chiave, volti a vomitare negli occhi dello spettatore la sofferenza, il calvario, l’ineluttabilità del destino dei nostri protagonisti.

Il leit-motiv del film è la violenza, una violenza mostrata in maniera pornografica, che raggiunge il suo apice nelle gesta di una bambina sotto i dieci anni.

Si racconta, altresì, l’attaccamento dell’uomo alla vita (per quanto pessima), la paura di morire e la solitudine che affligge chiunque al crepuscolo della propria esistenza.
Patrick Stewart
, in questo senso, è autore di una performance memorabile soprattutto per via della precisione con cui egli mostra l’inettitudine e l’obsolescenza di un uomo che prima poteva tanto (tutto!) e oggi non può più nulla.

Le scene d’azione sono altamente spettacolari nella loro cinetica, didascaliche in alcuni punti, ma sempre mirate ad enfatizzare la violenza di cui sopra.

Tanta azione, insomma, sangue a fiotti, mostrato senza imbarazzi. Uno Hugh Jackman che da una dignitosissima interpretazione finale al personaggio che l’ha reso celebre, omaggiando tutto il franchise e risollevando le sorti di una trilogia a dir poco deludente nei primi due appuntamenti (con Wolverine – Origins e Wolverine – L’Immortale).

Fotografia desaturata, cupa e polverosa esaltata dagli scenari così come dall’estetica dei nostri protagonisti.

In sintesi, Logan potrebbe chiudere in grande stile la parabola sui film supereroistici tanto è intimistico e senza filtri. Non bada alla retorica, non strizza l’occhio ad una qualche morale, è altamente crepuscolare, malinconico, e per questo, rappresenta al meglio i dilemmi e i disagi della nostra contemporaneità. E lo fa parlando di un supereroe con gli artigli. Gli si perdonerà qualche problema nella sceneggiatura.

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