Fight Club – siamo la canticchiante e danzante merda del mondo

“Siamo la canticchiante e danzante merda del mondo”.

Con questo colorito aforisma, Fight Club ci dice che per l’universo non contiamo niente, ma l’abbiamo capito – tragicamente – soltanto adesso.

Ma si sa, la conoscenza porta con sé i suoi fardelli: ora siamo disorientati, smarriti, come lerci viandanti, sul viale di un mondo che manca di significati assoluti e risposte rassicuranti.

Uno di questi uomini smarriti è Jack (Edward Norton), un uomo alienato dal lavoro, dalla routine, asfissiato, da quelle metaforiche cinghie rappresentate dalle mete imposte a livello manifesto – ma soprattutto subliminale – dalla nostra cultura. Una società plasmata sulla forma mentis capitalistico-finanziaria, materialista, esasperatamente burocratica, dove si è perso il minimo contatto con l’altro, dove l’unico punto di tangenza è riscontrabile in quelle situazioni estreme, come quando si è vicini alla morte o in preda alla malattia, dove a cadere, sono tutte quelle artificiose sovrastrutture, dove il sentirsi tremendamente soli e senza via di scampo diventa ancora più palpabile.

Siamo solo noi e la nostra fine. Siamo al cospetto del nulla.

Ma in questa condizione c’è chi ci arriva prima degli altri. Jack, dicevamo. Lui non sta morendo, ma prova quella spaesamento in maniera precoce, iperbolica, e cerca quel vicario conforto nei gruppi di ascolto (gli alcolisti anonimi delle malattie). Non fa male a nessuno – forse peccato per qualche religioso – e sembra raggiungere un equilibrio, per quanto palliativo, dai suoi mali esistenziali.

Ma poi accade qualcosa. Durante una delle sedute, dirompente, si materializza l’elemento di disturbo rappresentato da Marla (Helena Bonham Carter). Una donna in salute, come lui, che gli nega quella pace apparente, in quanto specchio della sua grande menzogna. Il palliativo raggiunge il suo stato di assuefazione.

Jack è costretto a guardare altrove. Ed è li che gli istinti primitivi e i suoi bisogni repressi (sempre ben re-incanalati da questo mostruosa e prosaica entità che è la società attuale) dilaniano il suo ventre, emergendo dalle viscere fino a trovare la loro massima espressione in un #fightclub, un posto dove si è liberi, liberi di esprimere tutta la gamma delle pulsioni primitive umane: la violenza, la solidarietà, l’egualitarismo.
Da lì in poi prende forma un progetto ben più ambizioso, che evolve quasi spontaneamente, diventando un mònito imperativo: bisogna ritornare a questa condizione di libertà. Questa società malata deve fallire.

“Noi sei i vestiti che indossi, non sei l’auto che compri”

Jack é anche un uomo dall’identità indefinita, che fluttua tra personalità diverse, modi di pensare e operare dicotomici. E ciò riguarda Jack, ma anche Tyler Durden (Brad Pitt), compagno d’avventure del nostro protagonista. Una presenza a livello liminale, carnificazione di quei desideri violenti e sfrenati posti negli anfratti più oscuri e animali della sua coscienza.

Non sappiamo più chi siamo, è lapalissiano dirlo, e Tyler ci invita a spogliarci di tutto questo, a ripristinare il nostro vero IO liberandoci di tutto ciò che in realtà non ci appartiene ma in qualche modo lo è diventato, attraverso pubblicità e modelli di consumo indotti da questo modo di esperire il mondo.

Ma poi chi è Tyler?
Eh..

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